La bellezza intera. Fotografie di Enrico De Santis - Le Società di Psicoanalisi

La bellezza intera. Fotografie di Enrico De Santis

Enrico De Santis, fotogiornalista e fotografo documentarista, intraprende un percorso che trae origine dall’incarico conferitogli nel 2020 da diverse testate giornalistiche, di realizzare alcuni servizi sulla bellezza delle nostre città durante il confinamento a seguito della pandemia, purtroppo ancora in corso. L’assunto proposto dall’autore appare certamente coinvolgente: «la fotografia ci spinge continuamente a compiere scelte, a decidere dove e quando fotografare. A stabilire cosa inquadrare e cosa escludere della realtà che ci scorre dinnanzi. Non si può avere tutto. Ma se la bellezza si mostra intera, senza niente che la copra, allora la scelta non comporta rinunce». Il racconto, il lessico e l’ortografia fotografici scelti per la serie di immagini realizzate a Venezia, così come in quelle prodotte a Milano, Firenze e Roma, ci dicono di questa postura e di questa ricerca. La scelta principale, svelata da un evidente richiamo alle opere di De Chirico, racconta l’incedere del fotografo lungo traiettorie, perlopiù turistiche, in spazi da lui percepiti come metafisici, illuminati da una luce diurna quasi sempre zenitale, che non lascia spazio a nascondimenti nell’ombra. Le immagini sostano sulla ricerca di una bidimensionalità immobile, interrotta solamente nel momento in cui le architetture presentano degli inevitabili punti di fuga prospettici. Il visibile, come nell’intenzione dell’autore, può essere guardato tutto insieme e nello stesso istante, senza dover operare delle rinunce. La decisione di utilizzare ottiche cosiddette “normali”, ossia non distorcenti la prospettiva per come l’occhio la percepisce, l’opzione di non introdurre il grado aggiuntivo di astrazione che il bianco e nero porta con sé, la rinuncia di tratti estetizzanti aggiuntivi sia in fase di ripresa sia in fase di post-produzione, l’ortogonalità non sempre regolare di linee ed orizzonti, paiono confermare l’approccio documentaristico dell’autore ed il suo desiderio di intendere la fotografia come strumento di memoria e di testimonianza della condizione umana. Condizione che in questo caso coincide con l’assenza della possibilità di essere visti. Risulta molto interessante come proprio la mancanza di persone determini nell’autore una sensazione di bellezza completa, intera, una possibilità di “avere tutto”, come intuito e proposto da Walter Benjamin: il proposito del fotografo non risolve e non satura l’immagine prodotta.

Nel suo libro “Piccola storia della fotografia” Benjamin apre infatti ad un’altra opportunità di visione: «La natura che parla alla macchina fotografica è una natura diversa da quella che parla all’occhio; diversa specialmente per questo, che al posto di uno spazio elaborato consapevolmente dall’uomo, c’è uno spazio elaborato inconsciamente. Se è del tutto usuale che un uomo si renda conto, per esempio, dell’andatura della gente, sia pure all’ingrosso, egli di certo non sa nulla del loro contegno nel frammento di secondo in cui si allunga il passo. La fotografia, coi suoi mezzi ausiliari: con il rallentatore, con gli ingrandimenti glielo mostra Soltanto attraverso la fotografia egli scopre questo inconscio ottico, come, attraverso la psicoanalisi, l’inconscio istintivo.»

Nelle immagini di De Santis le persone si manifestano in qualche modo protagoniste di un meccanismo simile alla rimozione, che entra quindi in gioco anche nella visione di queste fotografie, e che potremmo quindi pensare come una occasione di rielaborazione e non come un atto immediato di riconoscimento della mancanza. Il “materiale” rimosso dall’osservazione può quindi essere evocato o rievocato nel campo della visione, proprio partendo da immagini nelle quali intenzionalmente non viene dichiarata alcuna collocabilità temporale. Ed allora, il rivedere a distanza di due anni le bellezze veneziane mostrate da De Santis, dopo che l’affievolirsi del confinamento ha permesso la ripresa -con rinnovata vigoria- del processo di reductio di Venezia a parco tematico, mi rimanda mentalmente alla visione di altre rappresentazioni: le grandi navi nel canale della Giudecca guardate da Gianni Berengo Gardin, i turisti anglosassoni ritratti senza appello da Martin Parr, la popolare agiografia carnevalesca di Fulvio Roiter. E quindi, di nuovo, la bellezza intera non può più volere tutto.

Durante il lockdown ho cercato di ritrarre la bellezza delle nostre città, senza scordare il rispetto delle persone. 
Ho fotografato chi lavorava come le forze dell’ordine o i riders, e chi cantava dai balconi o era in fila per la spesa. 
Ho ripreso gli avvisi fuori dalle Farmacie, e le scritte sui palazzi che suggerivano di rimanere in casa e che si confondevano con le pubblicità. 
Ho fotografato la cosiddetta riapertura, che almeno all’inizio, ha presentato una perfetta armonia tra numero di persone e spazio urbano.
Ma queste 12 fotografie mostrano le città senza nessuno. Non ho dovuto escludere nulla mentre inquadravo. 
Non ho cercato l’armonia delle proporzioni, la migliore inquadratura, non ho incluso grandi porzioni di cielo. 
Ma anzi ho voluto inquadrare la strada, il pavimento, l’asfalto… proprio per mostrare l’assenza di esseri umani e delle loro ingombranti pertinenze. 
Un’ assenza che nei nostri centri storici crea una sensazione di metafisica assenza di tempo. 
Sono le righe delle strade e le strisce di ombre che ci mostrano queste città in modo inconsueto e la loro bellezza in modo completo.
Un noto adagio di Ferdinando Scianna insegna che le fotografie mostrano, non dimostrano, in questo caso le fotografie svelano. 
Le reazioni che queste immagini hanno suscitato in chi le ha viste, sono state di due tipi. 
Alcuni sono stati sopraffatti dalla desolazione e da un senso di fredda solitudine. Un senso di morte che deve essere rispettato.
Altri hanno pensato a quanta bellezza è invisibile quando le città brulicano di macchine, caos e persone. 
Quanti particolari vengono coperti, quante architetture non vengono notate. Un’occasione per vedere oltre e viaggiare nel tempo.

Enrico De Santis