“La figlia che non piange” di Francesco Scarabicchi - Le Società di Psicoanalisi

“La figlia che non piange” di Francesco Scarabicchi

La figlia che non piange è il titolo dell’ultimo libro di Francesco Scarabicchi, pubblicato postumo da Einaudi a fine 2021, a pochi mesi dalla scomparsa dell’autore. 

Non è mai semplice descrivere un testo poetico, che per sua stessa natura resiste alla spiegazione, sfuggendo a quel passaggio al vaglio che forse inevitabilmente la prosa comporta. La poesia, per dirlo con Lacan, non è qualcosa che consiste, non è qualcosa di dispiegabile in un racconto, in una trama, ma è più nell’ordine dell’insistere, un «punctum che ferisce e ghermisce» come diceva Roland Barthes parlando della fotografia. Ecco che, se già parlare di poesia ha a che fare con un dire l’indicibile, è ancora più complicato quando si ha tra le mani l’ultimo testo di un autore, scritto come in questo caso durante la lunga malattia che lo ha portato alla morte. Si ha la sensazione di dover estrapolare una sorta di verità ultima, solenne, monolitica, data una volta per tutte e, dunque, morta.

Ma si dà il caso che questo testo sia tutto fuorché morto. Prendendo in prestito le parole dell’autore, è piuttosto «la grande malinconia della fisarmonica nei brividi del tango argentino», è «quel pianto muto di malinconia felice, se è possibile, e di pietà perché sto solo con me e non so niente, non so cosa sarà e quanto tempo ho ancora; so che solo una volta avrò l’età di adesso e un forte odore di glicini entra dalla finestra aperta».

Francesco Scarabicchi ha l’incredibile capacità di «scendere in miniera» – come lui stesso si esprimeva in una lettera all’amico Fabio Pusterla, ed espressione che richiama un passo di uno dei suoi maestri, Giorgio Caproni – senza che questo porti con sé l’asfissia della fuliggine, ma l’aroma del glicine. Del resto questo è un tratto che caratterizza anche le altre opere di Scarabicchi, in cui ciò che prevale è sempre una sorta di grazia, di sguardo gentile, che si posa su oggetti di uso quotidiano, paesaggi, nature. Come ne L’esperienza della neve (Donzelli, 2003) in cui si sfoglia tra le pagine «la bianca eternità / che poi scompare», nell’ «acre odor di tempo». Sensazioni visive, tattili e olfattive che vivificano la parola, la rendono materica, palpabile. O, ancora, nell’immagine ovattata, che sembra di osservare un po’ di nascosto alla luce fioca di una lanterna, che apre la prima poesia de Il prato bianco: «porto in salvo dal freddo le parole / curo l’ombra dell’erba, la coltivo / alla luce notturna delle aiuole / custodisco la casa dove vivo / dico piano il tuo nome, lo conservo / per l’inverno che viene, come un lume». Le parole di Scarabicchi arrivano come manti che coprono dal freddo, come timidi focolari in mezzo alla neve. Il suo è un «monachesimo lessicale» – come lo aveva definito Enrico Testa – che si esprime in un esercizio di sottrazione dei versi da orpelli inutili, di accurata distillazione delle parole, quasi a lasciarle fermentare, risuonare in un bisbiglio. Quelle di Scarabicchi sono poesie sussurrate: non c’è pathos, enfasi, rumore; le parole somigliano piuttosto a dei lenti passi nella neve.  

Ne La figlia che non piange ritornano con insistenza tre grandi temi, già cari al poetare di Scarabicchi: il tempo, il nome e la soglia. «Qui regna il tempo che scompare / la fuga sua invisibile / il nome che non resta / giorno della stagione, breve resa / limite d’ogni soglia inesistente». Il poeta sembra sostare su un crinale, come uno stanco viandante giunto in cima a una montagna che osserva le nuvole passare. Da un lato il tempo è ciò «che passa alle mie spalle […] che mi viaggia e non ritorna», un tempo malinconico, ormai inesorabilmente perduto; un tempo fatto di giorni, mesi e stagioni, a ciascuno dei quali sono dedicati dei versi, come a non volerne perdere neanche un frammento, a tentare di trattenerne lo scorrere. D’altra parte però, nei commoventi versi che dedica al figlio Giacomo, l’accento è messo sull’importanza dell’istante, del qui e ora: «in ogni adesso è il poi che potrà essere». La nostalgia di ciò che è perduto, l’ineluttabilità della fine imminente, non cancella il dire sì al presente, in una sorta di poetico amor fati nietzschiano, anche se più intimo e silenzioso. In queste pagine il tempo, potremmo dire, si eternizza in una soglia, in uno spazio interstiziale estimo: «fermo sulla frontiera da cui osservi / quel che sei stato, quel che già non sei». Un tempo sospeso – ma non immobile – che fa da litorale, frontiera porosa tra un al di qua e un al di là dell’adesso. Ed è in questo tempo dilatato, in questa presenza-assenza che caratterizza i pomeriggi pigri, sonnolenti, tra le colline e il mare, tra i ponti e i filari, che il poeta si chiede: «quanto d’ogni umano si cancella?»; detto altrimenti, che cosa resta? Insieme alla nostalgia del tempo ormai passato, sembra esserci anche quella del nome: «il doloroso conservare il nome / prima che si cancelli come neve». Scarabicchi sembra qui stare in piedi a osservare quelle onde di cui parla uno dei suoi maestri – da lui stesso tradotto – Antonio Machado nella celebre poesia intitolata Caminante: «viandante, sono le tue orme / il sentiero e niente più; / viandante, non esiste il sentiero / il sentiero si fa camminando / camminando si fa il sentiero / e girando indietro lo sguardo / si vede il sentiero che mai più / si tornerà a calpestare / viandante, non esiste il sentiero / ma solamente scie nel mare». La nostalgia del nome, dunque, e la paura che arrivi l’onda a spazzarlo via, a cancellarne la traccia: «malinconia dei passi e del restare». Il tema della traccia è strettamente legato a quello del nome proprio, della particolare impronta che ogni soggetto lascia al proprio passaggio. Come nella neve, come in riva al mare. Lacan in Lituraterra parlava proprio di questa iscrizione, non sulla carta ma sul terreno. Il significante dell’Altro che dalle nuvole precipita come pioggia, si trasforma in scrittura singolare a partire dalla risposta contingente del soggetto: «la scrittura non ricalca il significante, bensì i suoi effetti di lingua, ciò che ne viene forgiato da parte di chi la parla» (Lacan, 2013). È così che la lettera stessa cambia il suo statuto: da semplice marchio a litorale, nome proprio.

E, dunque, cosa resta? Il libro si chiude con l’immagine di uno Scarabicchi bambino, nella sua Ortona, mentre inforca i pattini a rotelle e corre sul lungomare di Pescara «veloce più del vento». Del resto, tutta la sua opera ci ha insegnato che «la vita è nei dettagli d’ogni cosa».

Bibliografia:
Barthes, R., La camera chiara. Nota sulla fotografia, Einaudi, Torino, 2003
Lacan, J., Altri scritti, Einaudi, Torino, 2013, p.15
Scarabicchi, F., Non domandarmi nulla, Marcos y Marcos, Milano, 2015
Scarabicchi, F., Il prato bianco, Einaudi, Torino, 2017 (L’Obliquo, Brescia, 1997)
Scarabicchi, F., L’esperienza della neve, Donzelli, Roma, 2003
Scarabicchi, F., La figlia che non piange, Einaudi, Torino, 2021