La luce delle stelle morte di Massimo Recalcati - Le Società di Psicoanalisi

La luce delle stelle morte di Massimo Recalcati

E’ vero che non vogliamo cambiare il nostro inverno in estate, è vero che i poeti ci fanno paura perché i poeti accarezzano troppo le gobbe, amano l’odore delle armi e odiano la fine della giornata.

Perché i poeti aprono sempre la loro finestra anche se noi diciamo che è una finestra sbagliata”.

Claudio Lolli, Ho visto anche degli zingari felici

Massimo Recalcati in La luce delle stelle morte. Saggio su lutto e nostalgia edito da Feltrinelli (novembre 2022), parafrasando il brano sopracitato di Claudio Lolli, apre una finestra che in modo inedito e poetico ci porta a riconsiderare due concetti cardine nell’ambito della teoria psicoanalitica, quello del lutto e quello della nostalgia.

La tesi di fondo di questo saggio è che non esiste lavoro del lutto che si possa dire compiuto, ma che piuttosto «ogni lavoro del lutto porta con sé qualcosa di incompiuto, un resto che non si lascia del tutto dimenticare» (p. 76). La questione a cui questa tesi apre riguarda la possibilità nella vita e nella cura di rendere quel resto generativo di un nuovo desiderio e – per dirla con Freud – essa concerne la possibilità di sottrarre la libido dalla presa melanconica che l’oggetto perduto ha lasciato.

E’ qui che Recalcati accosta l’elaborazione del lutto alla sublimazione artistica, laddove la sublimazione artistica opera elevando “la ferita melanconica” prodotta dal trauma della perdita alla dignità della poesia.

Al riguardo è rappresentativo il lavoro artistico di Kiefer: le sue opere portano infatti ad incontrare la bellezza enigmatica della rovina, come accade alla vista dette Sette Torri Celesti, costruzioni fatiscenti in cui, come descrive Recalcati, «qualcosa che non c’è più rivela il suo resto insuperabile».

Nelle opere di Kiefer si assiste ad un costante «avanti-e-indietro tra il nulla e qualcosa» (Kiefer, 2018, p. 39); come lo stesso artista descrive, il metodo che spesso applica consiste nel maltrattare le sue opere: «ricopro il quadro di pittura nera, lo stendo a terra e lo bagno con dell’acqua grigia, es. sporca, lo restituisco alla natura, lo espongo all’aria e alle intemperie. […] Lo faccio precipitare deliberatamente e con crudeltà verso l’Orcus della desolazione e del vuoto» (ibidem, p 39). Nel metodo descritto da Kiefer si può cogliere la tensione derivante da una incessante dialettica in lotta tra un prima e un dopo, tra ciò che è andato perduto e ciò che può ancora accadere, «laddove qualcosa che non c’è più rivela il suo resto insuperabile», che, come puntualizza Recalcati, «non va confuso con l’indimenticabile oggetto assente della melanconia, ma deve essere visto come un inedita apertura verso il futuro».

 E’ quanto accade anche nell’opera di Alberto Burri il Grande Cretto, sorto sulle macerie della vecchia citta di Gibellina, rasa al suolo da un violento terremoto nel 1968. Il Grande Cretto si estende su una superficie di 80.000 metri quadrati, facendone una delle opere di land art più estese al mondo, che mette in scena proprio il lavoro del lutto come lavoro della memoria.

«Il lavoro artistico si assimila così al lavoro del lutto, in quanto entrambi si confrontano con l’assenza provocata dalla perdita dell’oggetto. Ma questo confronto non sfocia in una paralisi melanconica in quanto genera un nuovo oggetto che è, al tempo stesso, esito dell’incorporazione dell’oggetto perduto e generazione di una forma inedita» (Recalcati, 2022, p. 79).

Resto e trauma, sono presenti anche nelle opere di Chen Zen le cui opere sono segnate dallo spartiacque di una malattia letale: a trent’anni scopre infatti di avere una malattia incurabile che gli lascia pochi anni di vita. Dal trauma della malattia e dell’approssimarsi ineluttabile della morte originano le opere multidimensionali in cui traspare la necessità dell’artista di ricomporre quella frattura insanabile che la malattia ha con violenza imposto alla sua esistenza. Le sue opere sono caratterizzate dall’insistenza sull’utilizzazione degli oggetti scartati, abbandonati, ai quali l’artista dà una seconda vita. Unire il mondo di prima con il mondo di dopo, come egli stesso afferma «se perdi un posto nuovo rinunci a quello che sei stato prima»; Chen Zen pensava che l’arte potesse essere una cura – lui che proveniva da una famiglia di medici si definiva un medico dell’arte, – da qui la tensione che scaturisce dalla sua opera, in cui un nucleo spirituale dialoga con il materiale, serie di sedie, letti, vecchi televisori, resti che arrivano dal passato per trovare nuova vita nel presente.

Veniamo ora alla nozione di nostalgia, che nell’articolazione proposta da Recalcati scaturisce da quel resto che non può essere integrato compiutamente nel nostro io, né tanto meno dissolto nell’oblio. Secondo Recalcati l’esperienza della nostalgia convalida la tesi che non esiste compimento possibile del lavoro del lutto. «L’esperienza della nostalgia è innanzitutto l’esperienza dell’essere visitati da chi è scomparso; dai ricordi, dalle sensazioni, dalle immagini che vincolano a ciò che abbiamo irrimediabilmente perduto» (p.90).

La concettualizzazione che Recalcati propone in questo testo sorprendente ci accompagna a scoprire due differenti espressioni della nostalgia: “la nostalgia-rimpianto” e “la nostalgia-gratitudine”.

In breve, nella nostalgia-rimpianto il soggetto «resta ipnotizzato melanconicamente all’oggetto perduto» mentre nella nostalgia- gratitudine si configura la possibilità di un’esperienza generativa, «che apre sull’avvenire a partire da una visione che arriva dal passato»; è’ questo secondo volto della nostalgia ad essere provocata «dalla luce delle stelle morte» (p.114). 

Per certi versi questa seconda espressione della nostalgia che Recalcati ci propone sembra scaturire da una lettura zen di tale concetto, laddove «la vera natura delle cose esiste in modo continuativo attraverso il passato, il presente e il futuro» (Thich Nhat Hanh, 1996, p 75).

Nel campo dell’arte è Giorgio Morandi l’artista che più di altri ha «nella nostalgia il suo centro poetico più intenso» (Recalcati, p. 105)

In Morandi non si tratta di una nostalgia del rimpianto: il tempo perduto compare piuttosto nella sua opera come un atto di presenza, una “resa” al mondo delle cose.

Citando Morandi: «Bisogna ritrovare le ragioni per riguardare le cose da un punto di vista formale, ritrovare il significato delle cose, ricominciare a guardare le cose» (Recalcati, 2016, p. 15).

Come Recalcati rileva, in questa esperienza della nostalgia il ritorno del passato non affligge melanconicamente il soggetto, non lo paralizza ancorandolo ad un incessante rimpianto, ma piuttosto «ridona alla vita un senso nuovo” (2022, p. 103).

Un’altra inedita rivisitazione del concetto di nostalgia che questo testo ci offre di considerare, riguarda la nozione di punctum descritta da Roland Barthes. Dunque nostalgia come punctum. Come noto il punctum, a differenza dello studium, che concerne l’effetto della presa di senso e di forza dell’opera, irrompe piuttosto come un punto non codificato, un “particolare” che “punge” lo spettatore, che spiazza aprendo al segno del desiderio.

Analogamente alla nostalgia-gratitudine il punctum apre al segno del desiderio, rievoca una “ferita” ricordandoci il carattere sempre incompiuto del lavoro del lutto. Ma la nostalgia-gratitudine, così come il punctum, può costituire un’esperienza generativa; essa sorge «da quei dettagli che pur appartenendo al nostro passato, portano con sé un segreto che si rinnova». Un segreto che eccede la grammatica del senso e si configura come «un’epifania passionale del dettaglio sconvolgente» (Fabbri, 2019)

E infine, una declinazione della nostalgia-gratitudine riguarda l’eredità come trasmissione sempre singolare, che, citando Recalcati, «si rivela come una risorsa, come un nome proprio del desiderio stesso e della sua eredità» (p.132).

In merito a questo specifico annodamento tra nostalgia-gratitudine ed eredità, qualcosa ricorda la bella definizione di genitorialità proposta da Donald Meltzer e Martha Harris (1986): «la capacità di generare amore, infondere speranza, contenere la sofferenza depressiva, pensare». Si tratta dunque di una funzione psichica articolata che, se tutto va “sufficientemente” bene, può originarsi a partire dalle relazioni primarie e può costituire per il soggetto che ne beneficia un’eredità inesauribile nel tempo, che alcuni incontri significativi possono riattivare.

Ed è con questo taglio che in La luce delle stelle morte possiamo riportare alla mente tre film emblematici di questo sentimento capace di legare la nostalgia ad una singolare espressione dell’eredità, al pari di un patrimonio intimamente custodito che origina dal passato ma che non manca di “infondere speranza” verso il futuro.

 Al riguardo, in La Grande Bellezza di Paolo Sorrentino, Recalcati rileva come il protagonista, interpretato da un Toni Servillo in stato di grazia, incarni una sorta di “principe melanconico” che affronta la vita con un cinismo esasperato, sguazzando in una mondanità ottundente, in cui la nostalgia prende per lo più le forme di una sterile idealizzazione del passato che non può essere recuperata (nostalgia-rimpianto).

Il finale del film lascia però emergere un’esperienza della nostalgia differente, non più congelata al passato ma capace di generare una nuova visione della vita (nostalgia-eredità): è infatti nella scoperta del diario della donna amata in gioventù, che il protagonista incontra la sua verità, il suo segreto, ed è proprio questo incontro che lascia intravedere la possibilità di una rinascita, nonché la possibilità di una ripresa creativa che da tempo non vedeva luce.

In altri due film, Nuovo Cinema paradiso di Giuseppe Tornatore, e Gran Torino di Clint Estwood, è ancora la nostalgia a «rivelarsi come una risorsa, come un nome proprio del desiderio stesso e della sua eredità».

In quanto «l’ereditare implica una posizione sempre sfasata rispetto alla linearità del tempo evolutivo naturale. La bobina di Alfredo, il diario di Elisa, così come la Gran Torino di Walt sono apparizioni che provengono dal passato» e in questo senso come descrive mirabilmente Dante «la puntura della rimembranza» punge le persone affezionate ai morti, ma, ritornando a La luce delle stelle morte, è proprio questa dimensione della memoria  che porta con se anche «l’occasione di una nuova apertura».

Bibliografia

Barthes, R., La camera chiara, Ed. Einaudi, Torino, 2003

Barthes, R., Fabbri P., Sul racconto. Una conversazione inedita con Paolo Fabbri. Ed. Marietti, Milano, 2019

Meltzer D., Harris M., Il ruolo educativo della famiglia. Un modello psicoanalitico dei processi di apprendimento. Ed. Pensiero Scientifico, Milano, 1986

Recalcati, M., La luce delle stelle morte. Saggio su lutto e nostalgia. Ed. Feltrinelli, Milano, 2022

Recalcati, M., Il mistero delle cose. Nove ritratti di artisti. Ed. Feltrinelli, Milano, 2016

Thich Nhat Hanh, Una chiave per lo zen. Ed. Ubaldini, Roma, 1996

Kiefer, A., L’arte sopravviverà alle sue rovine. Ed. Feltrinelli, Milano, 2018